Diversità nell'Unità
Manifesto della Rete Comunitaria

I sottoscrittori di questo documento si sono riuniti a partire da situazioni sociali, Paesi e punti di vista molto diversi, per rivolgere ai propri concittadini un appello sulla questione degli immigrati, e più generalmente delle minoranze, nelle nostre società differenziate. Per vedere l'elenco dei sottoscrittori o per aderire alla sottoscrizione, siete invitati a collegarvi al sito dei sottoscrittori.

I. IL NOSTRO ORIENTAMENTO DI BASE

Notiamo con preoccupazione crescente che settori molto ampi di popolazione nelle società libere (1) hanno la sensazione di essere minacciati da un'immigrazione massiccia e dalle minoranze che vivono all'interno dei loro confini, che provengono da culture differenti, hanno abitudini differenti e istituzioni e affiliazioni separate.

Siamo turbati dalla violenza nelle strade, dalle esplosioni verbali di odio e dal sostegno crescente a vari partiti estremisti. Queste sono reazioni malsane alle minacce che la gente percepisce al proprio senso di identità, auto-determinazione e cultura, che sovrastano le preoccupazioni suscitate dalla globalizzazione, dalle nuove tecnologie di comunicazione e da una perdita graduale della sovranità nazionale. Demonizzare i sentimenti di molti milioni di persone, chiamandoli "discriminatori", "segreganti", "ipocriti" o peggio, è una politica facile, ma in realtà inefficace per la soluzione del problema. Le ansie e le preoccupazioni della gente non si dovrebbero trascurare, e nemmeno si possono controllare efficacemente etichettandole come razziste o xenofobe. Inoltre, dire alla gente che "ha bisogno" degli immigrati per motivi economici o per il calo demografico genera un dibattito valido e utile, ma non risponde ai suoi dubbi più profondi. La sfida che abbiamo davanti è trovare modi legittimi ed empiricamente validi per rispondere costruttivamente a queste preoccupazioni. Al tempo stesso, dovremmo accertare che questi sentimenti non diano luogo a manifestazioni antisociali, di odio e tanto meno di violenza.

Due approcci si devono evitare: la promozione dell'assimilazione e il multiculturalismo illimitato. L'assimilazione - che comporta la richiesta alle minoranze di abbandonare tutte le loro differenti istituzioni, culture, valori, abitudini e collegamenti con altre società al fine di confluire completamente nella cultura dominante - è sociologicamente difficile da raggiungere e, come vedremo, non è necessaria per affrontare le questioni attuali. È moralmente ingiustificata a motivo del nostro rispetto per alcune differenze profonde, come quelle in campo religioso. Il multiculturalismo illimitato - che comporta la rinuncia al concetto di valori, lealtà e identità condivise al fine di privilegiare le differenze etniche e religiose, presumendo che le nazioni possano essere sostituite da un gran numero di diverse minoranze - è altrettanto non necessario. È probabile che susciti contraccolpi antidemocratici, che spaziano dal sostegno ai partiti di estrema destra e ai leader populisti fino alle politiche anti-minoranze. È ingiustificato normativamente, perché non riconosce valori e istituzioni ampiamente accolte dalla società, come quelle che proteggono i diritti delle donne o la validità di certi stili di vita alternativi.

1. Per consentire decisioni produttive, limitiamo questo esame iniziale alle nazioni consolidate e a quelle con governi democratici, comprendendo quelle dell'Europa occidentale, dell'America del Nord, il Giappone e l'Australia. Non ci occupiamo delle questioni dell'immigrazione e dell'identità in Paesi che sono nella fase di costituzione della nazione (e quindi potrebbero avere bisogno in primo luogo di costruire un'identità condivisa e istituzioni condivise, prima di affrontare la questione di come queste possano essere protette o cambiate) o in quelli che contano su un governo non democratico per occuparsi delle istanze in esame. Il dibattito riguarda gruppi di cittadini, sia di immigrati sia di minoranza, all'interno di un Paese.

L'approccio di base che promuoviamo è la diversità nell'unità. Esso presume che tutti i membri di una certa società rispettino e aderiscano pienamente a quei valori e istituzioni di base che sono considerati parte della struttura di base condivisa della società. Al tempo stesso, ogni gruppo nella società è libero di mantenere la sua distinta sottocultura - quelle politiche, abitudini e istituzioni che non sono in conflitto con il nucleo condiviso - e un forte grado di lealtà verso il proprio Paese d'origine, nella misura in cui non lede la lealtà verso la società in cui vive, se queste lealtà entrano in conflitto. Il rispetto per il tutto e il rispetto per tutti è l'essenza della nostra posizione. Osserviamo che tale diversità nell'unità arricchisce piuttosto che minacciare la società nel suo complesso e la relativa cultura (come è evidente in aspetti che spaziano dalla musica alla cucina) e per di più allarga notevolmente il campo delle idee a cui siamo esposti ed estende la nostra comprensione del mondo differenziato intorno a noi. Notiamo ancora che, in ogni società, il nucleo condiviso di base dell'identità e della cultura è cambiato con il tempo e continuerà a cambiare nel futuro. Quindi, le minoranze che sostengono che questo nucleo non riflette i valori a loro cari sono libere di agire per cercare di cambiarlo, attraverso i processi democratici e sociali disponibili a questo scopo in tutte le società libere.

L'unità di cui parliamo non è quella imposta da ordinanze o regolamenti del governo, per non dire dagli agenti di polizia, ma quella che scaturisce dall'educazione civica, dalla dedizione al bene comune, dalla storia della nazione, dai valori condivisi, dalle esperienze comuni, da forti istituzioni pubbliche e dal dibattito sulle cose comuni e sui requisiti di un popolo che vive insieme e che affronta le stesse sfide nello stesso angolo della terra. Questa diversità nell'unità consente di rispettare pienamente i diritti di base, il modo di vivere democratico e i valori fondamentali, così come quei valori di minoranza che non sono in conflitto con essi.

Quali elementi appartengano a ciascuna categoria - il campo dell'unità o della diversità - è una questione che può essere presto risolta riguardo a molti argomenti chiave. I diritti di base devono essere rispettati da ciascuno e da tutti. Per esempio, la discriminazione contro le donne non può essere tollerata, qualunque siano i valori culturali o religiosi di un gruppo. Il rispetto per la legge e l'ordine è essenziale. Le istituzioni democratiche non sono un'opzione fra le altre. Nessuno che aspiri alla cittadinanza in un certo Paese, e all'appartenenza a una certa società, può esimersi dalle responsabilità collettive che la società ha per le sue azioni passate e verso altre società, assunte con un trattato o in altro modo.

Allo stesso tempo, basta una breve riflessione per riconoscere che non c'è motivo di obiettare se le minoranze sono desiderose di mantenere la loro lingua come seconda lingua, stretti legami con un altro Paese (fin tanto che non ledono la lealtà verso l'attuale Paese, come già indicato) e speciali conoscenze e pratiche della loro cultura. Con tutto ciò, non si deve negare che occorrono molta riflessione e pubblico dibattito su aspetti controversi, come il modo in cui si devono interpretare "la legge e l'ordine" o quanto forti e quanto radicate dovrebbero essere le convinzioni liberal-democratiche. La riflessione e il dibattito pubblico sono inoltre cruciali prima che si possa concludere se certe altre questioni appartengano al campo dell'unità o della diversità, come vedremo in seguito.

In breve, non abbiamo bisogno di sacrificare l'unità o la diversità all'altro termine dell'equazione, ma abbiamo bisogno di riconoscere che possiamo imparare sia a vivere con più diversità sia a proteggere l'unità ben legittimata.

II - ISTANZE E POLITICHE

La legge: le anomalie, i diritti di base e la salvaguardia dell'interesse pubblico

I modelli assimilazionistici favoriscono il mantenimento di leggi universali - quelle che si applicano a tutti i cittadini e alle altre persone all'interno di una certa giurisdizione. Essi tollerano alcune varianti ed esenzioni, ma queste devono essere basate su bisogni individuali (per esempio, la malattia mentale) o su categorie demografiche (per esempio, i minori), non su raggruppamenti etnici o razziali. I diritti di gruppo non sono riconosciuti.

Una diversità illimitata favorisce la possibilità che ogni comunità segua le proprie tradizioni, anche se contrastano con le leggi prevalenti (per esempio, permettendo i matrimoni forzati e la circoncisione femminile), anche se la maggior parte degli approcci a favore della diversità riconoscono che alcune leggi universali vanno osservate. Secondo questo approccio, ai gruppi etnici e razziali si dovrebbe attribuire un ampio grado di autonomia per stabilire e far rispettare le proprie leggi, accordando loro o una rilevante autonomia territoriale o un'autonomia basata sulla comunità - per esempio attraverso autorità religiose quali gli Imam o i Rabbini. Inoltre, secondo questo approccio, si considerano alcune persone come titolari di diritti forti, solo perché sono membri di un gruppo protetto, come i nativi canadesi o americani.

Il modello della diversità nell'unità (DNU) favorisce un approccio bifocale: esso distingue nettamente fra quelle leggi che tutti devono rispettare e quelle per cui si devono prevedere varie anomalie ed esenzioni basate sul gruppo. Anche se c'è spazio per il disaccordo su che cosa ricada all'interno di queste due categorie, alcuni criteri si propongono da sé stessi come guide affidabili per distinguere quali leggi e politiche debbano essere universali, e quali possano essere particolari di un gruppo.

In cima alla categoria universale vi sono i diritti umani di base, come definiti dalla costituzione del Paese, dalle leggi di base, dalle leggi di comunità regionali come l'Unione Europea e dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Uomo. Pertanto, nessuno può essere comprato e venduto legalmente, detenuto senza il dovuto processo, impedito nel diritto di voto e così via, da qualsiasi gruppo membro di qualsiasi società. Autorevoli femministe sono comprensibilmente contrarie ad alcune anomalie di gruppo, perché temono che queste comporterebbero "la perdita di tutto ciò che abbiamo guadagnato in termini di uguaglianza di genere".

La salvaguardia dell'interesse pubblico offre un altro criterio universale. Se portare armi da fuoco è considerato un rischio rilevante per la sicurezza, nessun gruppo dovrebbe essere esentato da questa proibizione. Lo stesso vale per le violazioni della sanità pubblica, come il rifiuto di vaccinare i bambini (molti Stati negli Stati Uniti, e altri Paesi come l'Olanda, esentano i genitori che sollevano obiezioni religiose per questo obbligo, il che irrita profondamente i funzionari della sanità pubblica).

Qualunque cosa non sia compresa in tali politiche dovrebbe essere considerata oggetto legittimo di difformità. Questa potrebbe senz'altro includere varianti relative a leggi come quelle che riguardano i giorni di chiusura (per esempio, le leggi potrebbero richiedere ai negozi di essere chiusi un giorno alla settimana, ma non necessariamente di domenica) e che riguardano i diritti degli animali (per permettere le macellazioni rituali); varianti alle regole di azzonamento (per esempio, per permettere la costruzione di moschee); esenzioni per permettere l'uso di sostanze controllate durante i servizi religiosi; e alcune limitate esenzioni da varie misure di sicurezza professionale, nella preparazione del cibo e nelle regole relative, per aiutare commerci etnici avviati di recente (alcune di queste anomalie potrebbero essere limitate a un periodo di transizione e collegate a un aiuto agli immigrati e alle minoranze in generale per adattarsi alle leggi prevalenti).

Le tesi secondo cui i gruppi territoriali o i nativi hanno un livello di diritti più elevato degli immigrati sono incompatibili con il modello DNU. In realtà, i gruppi che sono territorialmente concentrati sono più propensi di altri a spingere la diversità fino al punto che può mettere in pericolo l'unità, come osserviamo nei gruppi che sono concentrati in una sola zona, che sono molto più propensi alla secessione dei gruppi dispersi. Alcuni gruppi di minoranza possono avere motivi legittimi per cercare la secessione, ma questo suona come la campana a morto dell'unità. Mentre nel passato le lotte per l'auto-determinazione si sono collegate di solito al crollo degli imperi e quindi in genere hanno aumentato la rappresentanza democratica, le regioni che ora si dissociano dalle società democratiche hanno scarsa probabilità di aumentare l'auto-governo e possono perfino indebolirlo.

Il nostro interesse focale è per le pratiche, non per le parole. Quindi, è accettabile che un certo gruppo si appelli a pratiche illiberali, ma finché le leggi o la costituzione non cambiano, non si dovrebbe permettere al gruppo di esercitarle e tanto meno di imporle ad altri. I seguaci estremisti di una religione o di un'altra possono obiettare che il divieto di certe loro pratiche insidia tutta la loro specifica cultura; tuttavia, essere membro di una società libera comporta di evitare le pratiche che trattino qualunque membro in modi che violino i suoi diritti di base.

Non ci sono motivi per opporsi ai compromessi - se questi rispondono ai criteri appena articolati. Quindi, se i Sikh sono desiderosi di portare i loro pugnali ma li modificano in modo che non possano essere sguainati, questo potrebbe comporre la divergenza tra la sottocultura e le leggi di base.

Qualunque posizione si sostenga riguardo all'uguaglianza economica e ai diritti sociali, noi supponiamo che ciascuno abbia la stessa dignità morale, riconosciuta per il solo fatto di essere uomo, sia o non sia cittadino e che la discriminazione basata sulla razza, sull'origine etnica, sulla religione, o sul genere è illegale (se questo si applichi a organizzazioni private, come le associazioni che non ricevono un contributo pubblico o esenzioni fiscali, è una questione aperta).

I diritti comportano inevitabili responsabilità. Questo principio può essere pienamente applicato ai gruppi di appartenenza. Pertanto, se una nazione è impegnata in una guerra con un'altra nazione, i membri di minoranza che hanno legami storici e culturali con quell'altra nazione devono servire nell'esercito della nuova patria, come gli altri cittadini. Se si è obbligati a combattere, nessuno è esentato in base al fatto di essere membro di uno specifico gruppo razziale o etnico (le persone che sono obiettori di coscienza per motivi etici religiosi o laici, ammesso che i loro impegni siano verificati e che siano disposte a impegnarsi nel servizio nazionale alternativo, possono essere esentate.) Lo stesso vale per l'assistenza ai propri bambini, per il pagamento delle tasse, per le leggi di solidarietà ecc.

Lo Stato e la religione

La maggior parte degli Stati qui in discussione hanno avuto storicamente (o ancora hanno) una religione che riconoscono formalmente come la loro unica - il Cristianesimo in molti di essi (compresa una sua versione specifica, come il Luteranesimo in Svezia). Inoltre, questi Stati forniscono direttamente e indirettamente ampi contributi finanziari alle istituzioni della religione ufficiale dello Stato, principalmente per il clero e i luoghi di culto (la Francia e gli Stati Uniti sono eccezioni a questo proposito in quanto, nel senso comunemente usato, non hanno una religione ufficiale). Quasi tutte queste nazioni ora fronteggiano una massiccia immigrazione e un numero crescente di minoranze che credono in religioni diverse, particolarmente l'Islam.

Che cosa si può fare, a partire da questa situazione? Una prima possibilità è quella di mantenere la chiesa ufficiale. Anche se le religioni ufficiali spesso rispondono a una domanda relativamente esigua di persone (membri delle minoranze o della maggioranza), i sostenitori dell'assimilazione in effetti si attendono un notevole affievolirsi delle credenze sostenute dalle minoranze, che spesso hanno impegni religiosi forti. Significativamente, secondo questo approccio, ci si aspetta che i bambini delle minoranze frequentino scuole pubbliche in cui sono insegnati i valori della religione dominante; i residenti e i cittadini di minoranza sono tenuti a partecipare a eventi pubblici in cui le preghiere sono quelle di un'altra religione; e la vita pubblica è contrassegnata dai simboli della religione dominante e delle leggi che la riflettono. Questa è un'enorme sfida alla diversità.

Una seconda possibilità è quella di elevare tutte le religioni allo stesso rango di quella ufficiale. Ciò comporterebbe non solo di finanziare pienamente il clero e i luoghi di culto (e i servizi sociali) forniti da tutte le religioni, ma anche di aprire gli eventi ufficiali con preghiere multiple, di esporre negli edifici pubblici e nelle scuole i simboli religiosi di tutti i gruppi su una base egalitaria e così via. Una tale mossa probabilmente sarebbe percepita come un assalto diretto all'identità storica e culturale di una nazione e sarebbe destinata a condurre a un livello elevato di contenzioso. Questo insidierebbe notevolmente l'unità.

Una terza possibilità è un graduale ridimensionamento del rango ufficiale della religione prevalente (come si è fatto in Svezia). Secondo questo modello, non si riconoscerebbe nessuna nuova religione come religione ufficiale dello Stato, ma si fornirebbe un contributo finanziario per il clero e i luoghi di culto di tutte le religioni. Il finanziamento sarebbe determinato dal numero delle persone che indicano, annualmente, che una certa religione è la loro (ciò solleverebbe lo Stato dall'incombenza di determinare chi ha diritto a ottenere il contributo). Questo è un punto fermo specialmente per i Paesi che contano molto sulle associazioni volontarie e sui gruppi sociali per fornire i servizi sociali pagati dal pubblico, come accade in certe parti dell'Europa. Se i gruppi religiosi non fossero inclusi, ciò comporterebbe una discriminazione di coloro che hanno come affiliazione sociale primaria quella religiosa. Al tempo stesso, nessun contributo del genere dovrebbe essere disponibile per gruppi che promuovono valori, sia religiosi sia laici, che sono illiberali.

Questo terzo modello è più compatibile con l'approccio DNU, perché togliendo il riconoscimento formale a qualunque religione di Stato mette tutte le religioni su un piede di uguaglianza (almeno in termini legali e finanziari) senza sfidare direttamente storia e identità. Anche se una tale mossa costituisce un passo di allontanamento dalla tradizione, non la sostituisce con nessun nuovo requisito ufficiale. Permette che la maggioranza mantenga un senso di centralità dei propri valori (il che non è completamente soddisfacente per le minoranze). Al tempo stesso, permette che le minoranze riconoscano che la maggioranza le tiene in maggiore considerazione (il che lascia alcuni di coloro che provengono dalla maggioranza tutt'altro che completamente soddisfatti). Questo modello permette la diversità senza insidiare esplicitamente l'unità; trova un precedente nel caso dei negozi che una volta dovevano essere chiusi alla domenica, per motivi religiosi, ma che ora possono avere un giorno di chiusura seguendo una religione qualsiasi - ad esempio, venerdì o sabato - senza declassare ufficialmente la domenica. Anche i sentimenti della maggioranza devono essere rispettati.

L'istruzione

L'istruzione non si dovrebbe utilizzare né per sopprimere tutte le differenze e varietà culturali, né per rafforzare la segregazione e la ghettizzazione delle minoranze.

Il modello assimilazionistico suppone che gli immigrati e i membri di minoranza della società siano istruiti in scuole pubbliche, che si insegnino loro sostanzialmente gli stessi contenuti degli altri membri della società e più o meno gli stessi contenuti che erano previsti in passato. Un modello di diversità illimitata richiede la messa in opera di scuole separate - sovvenzionate pubblicamente - e distinti programmi di studi per i vari gruppi etnici dall'asilo all'ultimo grado della secondaria, come, per esempio, scuole ebraiche o musulmane separate, non soltanto come scuole "domenicali" ma come scuole a tempo pieno.

L'approccio DNU, basato sul concetto delle scuole di quartiere, suggerisce che:

a) la parte principale del programma di studi - ad esempio, l'85 per cento o più - dovrebbe rimanere universale (cioè parte dei processi che promuovono l'unità). Le cose comuni, condivise in circa l'85 per cento del programma di studi, sono tese ad assicurare non solo che tutti i membri delle future generazioni si avvalgano in ampia misura degli stessi materiali didattici, descrizioni e contenuti normativi, ma anche che si integrino socialmente. Quindi, insegnare gli stessi contenuti ma in scuole etnicamente segregate è incompatibile con il nostro metodo (si ammette che gli effetti segreganti di tale scolarizzazione possano in gran parte attenuarsi se essa insegna una grande quantità di contenuti "universali" e tenta di provvedere all'integrazione sociale, se non nei propri confini, altrove). Sebbene gli insegnanti di tutti gli ambiti di provenienza dovrebbero essere accolti favorevolmente, pretendere che i bambini debbano essere istruiti da insegnanti che sono membri del loro gruppo etnico non è compatibile con il modello DNU.

b) Le minoranze dovrebbero avere il peso maggiore riguardo a circa il 15 per cento del programma di studi; ciò potrebbe avvenire sotto forma di classi opzionali o alternative, in cui gli allievi particolarmente interessati a un argomento o storia o tradizione potrebbero godere di una formazione più ricca in quell'area.

c) Il contenuto del programma di studi universale e relativo all'unità dovrebbe essere in qualche misura riformulato per includere, ad esempio, un maggiore apprendimento delle culture e delle storie delle minoranze.

Si potrebbe fare uso di una formazione bilingue, ma solo durante una fase di transizione prima che cominci il processo ordinario e non come un modo permanente di insegnamento che è, in effetti, segregante secondo linee etniche (il riferimento è all'istruzione svolta nelle lingue degli immigrati e non alle politiche educative in un Paese che ha adottato storicamente due o più lingue).

Di interesse particolare è l'insegnamento dei valori. Questo tema è sottolineato dal fatto che molti degli argomenti più conflittuali nelle scuole, che spaziano dallo spostare i crocifissi al richiedere alle ragazze musulmane di indossare costumi da bagno al vietare i turbanti tradizionali dei Sikh, si riferiscono alla religione.

Si può partire dall'osservazione che le scuole devono aiutare a sviluppare il carattere e insegnare i valori di base, piuttosto che essere soltanto istituzioni per imparare "materie". Si può anche supporre che le classi che tutti gli allievi saranno tenuti a frequentare (il settore dell'unità dell'85 per cento o più) includeranno i corsi in cui si insegneranno i valori civici di base, come il rispetto per la costituzione o per le leggi di base, i diritti dell'uomo, i vantaggi della democrazia e il valore del rispetto reciproco fra le differenti subculture; si possono prevedere esercitazioni pratiche, come il gioco di rappresentare un Parlamento o un Tribunale o l'erogazione di un servizio alla comunità. Ma tale formazione potrebbe non bastare a fornire la necessaria formazione del carattere ed è improbabile che fornisca di per sé un sostituto sufficiente ai valori sostanziali insegnati nel passato dalle religioni. Ammesso che le scuole siano "imprese" per la formazione del carattere, si deve affrontare la domanda: quali valori sostanziali si devono trasmettere, oltre alle virtù civiche in senso stretto?

Fornire corsi di scuola pubblica per ogni religione (in conformità con l'assunto di un eguale riconoscimento ufficiale di tutte le religioni) e permettere che gli allievi scelgano quale frequentare (compresi corsi di etica laica, umanistica) aiuta la diversità, ma fa poco per l'unità. Un modo per migliorare in questa direzione è che le scuole pubbliche lavorino con i vari gruppi religiosi per assicurare che gli insegnanti selezionati per l'insegnamento religioso (e i materiali didattici che usano) si astengano dal sostenere o dall'attuare pratiche religiose illiberali: anche se precedentemente abbiamo dichiarato che non obiettiamo al sostegno di tesi illiberali in quanto distinte dalle pratiche, i bambini, le cui menti e cuori non sono ancora stati formati, richiedono una protezione supplementare. Si potrebbe dire che una democrazia dovrebbe tollerare l'insegnamento dei valori anti-democratici fin tanto che coloro che li sostengono non sfidano seriamente il sistema democratico. Tuttavia, non tutte le società in discussione hanno politiche democratiche fondate da lungo tempo e ben radicate, e quindi non è il caso di forzarle. Soprattutto, senza lasciare il fondamentalismo fuori dalle aule, non si può trovare nessuna sufficiente condivisione di valori. Molti di noi sostengono che soltanto le scuole pubbliche possono fornire un ambiente in cui i bambini sono esposti a un ricco nucleo di valori condivisi, sono protetti dal fondamentalismo e si integrano socialmente con bambini provenienti da diversi ambiti sociali e religiosi. Alcuni sostengono che la stessa cosa si può realizzare nelle scuole private, anche se controllate dall'uno o dall'altro gruppo etnico o religioso, a condizione che lo Stato assicuri che tutte le scuole insegnino un nucleo forte di valori condivisi. In entrambi i casi, si devono rispettare gli stessi criteri essenziali se le scuole devono fornire occasioni efficaci per muoversi verso un modello DNU in opposizione a un modello omogeneo, assimilazionista o a uno segregazionista, multiculturalista illimitato: un nucleo di valori condivisi e di integrazione sociale.

La cittadinanza per gli immigrati qualificati e legali

I dibattiti sull'immigrazione e la politica di cittadinanza si sono caratterizzati spesso per le oscillazioni selvagge fra posizioni segregazionistiche emozionalmente cariche e proposte radicali per l'assimilazione o la diversità illimitata: o blocchiamo tutta l'immigrazione o apriamo i nostri confini virtualmente a chiunque; o gli immigrati sono un fardello per i contribuenti e la responsabilità dell'integrazione dipende solamente dai nuovi venuti o a tutti i nuovi venuti si dovrebbe dare una completa assistenza pubblica e un contribuito per mantenere le loro culture, lingue e identità; o si dovrebbe espellere immediatamente tutti gli immigrati illegali o non ci dovrebbe essere distinzione fra gli immigrati legali e illegali.

Un approccio DNU mette in rilievo che le società sono servite meglio se a coloro che sono immigrati legali, e hanno fatto fronte ai requisiti formativi, si consente di diventare cittadini a pieno titolo piuttosto che trattarli da lavoratori ospiti, un termine che spesso nasconde la loro vera condizione di residenti permanenti, ma di seconda categoria. La chiave per un approccio all'immigrazione democraticamente difendibile ed economicamente possibile è di prendere decisioni esplicite sull'ampiezza e la natura dell'immigrazione che la nazione favorisce. Allora il governo può fornire uno status permanente a quelli che sono ammessi e facilitare il loro accesso alla cittadinanza. Questo approccio offre un modo più ragionevole per rifornire il mercato del lavoro, unire le famiglie e permettere che i cittadini verifichino come l'immigrazione modella l'economia e la cultura nazionale.

Le preferenze culturali - per esempio, per la Spagna preferire gli immigrati da Paesi di lingua spagnola - sono accettabili perché contribuiscono a sostenere l'unità, a condizione che non impediscano l'immigrazione per scopi di riunificazione familiare o di rifugio e siano basate sulla cultura piuttosto che sulla razza o sul sangue.

Il sostegno pubblico all'immigrazione richiede anche che si effettuino politiche di rafforzamento. Quindi, un controllo migliore dei confini, le sanzioni per l'impiego illegale, forse persino una carta di identità nazionale per tutti i residenti legali, sono senz'altro inclusi in ogni approccio che mira a creare un sistema efficace e pubblicamente difendibile (queste misure non si applicano a chi cerca davvero asilo politico). Sforzi più seri per fare rispettare le leggi sull'immigrazione, che siano accompagnate da criteri di verifica corretti e trasparenti per l'ammissione, forniranno inoltre un mezzo per rapportarsi con la sfuggente realtà dell'immigrazione clandestina, in modi che siano coerenti con i valori democratici di base. Una volta introdotto un sistema del genere, una società può ridefinire la propria cittadinanza in modo diverso dal rappresentare soltanto un pacchetto di diritti, per enfatizzare la partecipazione e la responsabilità civica.

Per gli immigrati legali, gli Stati nazionali democratici devono fornire procedure corrette e obiettive per l'ammissione, compresi costi ragionevoli della richiesta. I requisiti linguistici e formativi possono anche essere più elevati di quelli correnti, per accertare che i futuri cittadini abbiano acquisito familiarità non solo con i meccanismi del governo democratico ma anche con gli elementi di unione di una certa società. Si può prendere in considerazione che agli immigrati che ancora non hanno perfezionato i loro processi di cittadinanza si possa concedere il diritto di votare nelle elezioni locali e di servire nell'amministrazione civile, come modi per aiutarli ad acquisire quella pratica civica che genera buoni cittadini e per contribuire a creare un'amministrazione civile che sia meglio attrezzata a rapportarsi con le minoranze.

La doppia cittadinanza potrebbe essere ammessa o persino consigliata nella misura in cui si possano stabilire principi e pratiche adatti a ricomporre i conflitti fra appartenenze - in particolare il principio che la nazione di residenza permanente prende la priorità.

Tutti in tutto: la cittadinanza costituisce un percorso critico attraverso cui una persona diventa un membro responsabile e accettato di una comunità. Quindi non dovrebbe essere elargita senza una preparazione adeguata, né essere rifiutata a coloro che hanno completato la misura richiesta di acculturazione. Con questa affermazione noi supponiamo che la cittadinanza non sia basata su un'appartenenza di sangue o di razza, ma sia basata sul diventare parte di una comunità storica, con la propria cultura e identità. Entrare a far parte di questa comunità significa venire a condividere quella storia, cultura e identità - fino ad un certo punto, come illustrato dalla differenza fra gli elementi di unità e di diversità precedentemente discussi. Per ripeterci, la storia non si ferma, e cultura e identità continuano a essere ridefinite, in parte sotto l'influenza dei nuovi membri.

La cittadinanza non dovrebbe essere un bene gratuito, ma un'impresa comune, una condizione e un'identità che stabilisce sia diritti sia responsabilità sociali. Ciò vale per coloro che cercano di diventare cittadini così come per coloro che già lo sono.

La lingua: un elemento ineludibile di unità?

Il modello assimilazionistico tende a sottolineare che tutti devono acquisire la lingua prevalente (a volte, come nel Belgio, almeno una di esse), che dovrebbe essere considerata la lingua ufficiale e che l'uso di altre lingue dovrebbe essere vietato nel commercio ufficiale, nei tribunali, nelle schede elettorali e nelle indicazioni stradali. La diversità illimitata contrappone il riconoscimento di ogni lingua come ufficiale e cerca di fornire una condizione paritaria nei tribunali, documenti ecc., a parecchie lingue, a volte un numero piuttosto grande.

L'approccio DNU riconosce i forti vantaggi di avere una sola lingua condivisa (due se necessario) e di insegnarla a tutti gli immigrati, membri di minoranze e persone la cui istruzione è carente per altri motivi. Tuttavia, lo Stato dovrebbe fornire a sufficienza traduttori e documenti tradotti per coloro che ancora non hanno acquisito la lingua condivisa, anche se questo induce negli immigrati un certo abbassamento della motivazione a imparare la lingua prevalente.

Le comunità locali dovrebbero essere libere di aggiungere indicazioni in qualsiasi lingua, ma non di sostituire quelle nell'unica o nelle due lingue condivise. Lo Stato può senz'altro incoraggiare il mantenimento delle lingue degli immigrati come seconde lingue e in genere l'insegnamento delle seconde lingue.

Il nucleo essenziale, i simboli, la storia nazionale, le festività e i rituali

In numerose situazioni, le differenze riguardano argomenti che di per sé sono di importanza piuttosto limitata, ma che acquistano un grande significato simbolico ai fini del rifiuto, o dell'accettazione parziale o completa, di persone di diverse culture. Queste differenze includono i codici dell'abbigliamento (per esempio, le ragazze che portano il velo), i ragazzi e le ragazze che nuotano insieme, l'esposizione di bandiere etniche invece di quelle nazionali, le zone in cui possono avvenire le celebrazioni etniche, i livelli di rumore tollerati e così via. In effetti, praticamente ogni questione può caricarsi di importanti significati simbolici, anche se alcuni aspetti (come le bandiere) tendono più facilmente a divenire tali.

È importante riconoscere che il tentativo di trattare questi temi uno per uno, focalizzandosi su aspetti superficiali, spesso non condurrà a una soluzione consensuale, dato che gli argomenti in discussione rappresentano tipicamente istanze più profonde. I simboli contestati servono come appigli a cui le persone ancorano il loro risentimento verso coloro che hanno diverse culture (compresa quella dominante) e verso la necessità di adattarsi a un mondo differenziato. Questi simboli servono come espressioni della sensazione della gente che la sua cultura, identità, unità nazionale e auto-determinazione stanno tutte per essere sfidate. Solo rivolgendosi a queste istanze più profonde le società potrebbero riuscire a elaborare soluzioni soddisfacenti delle istanze simboliche. Attaccare sentimenti profondamente sentiti e profondamente interiorizzati, negare che gli immigrati o le minoranze siano differenti e così via (specialmente etichettare tutti questi sentimenti come pregiudizi "razzisti" o "xenofobi" e richiedere che la gente li abbandoni o sia soggetta a rieducazione se non a riabilitazione) è tanto scorretto quanto controproducente.

La posizione DNU indica che noi comprendiamo perché le persone hanno le sensazioni che hanno, ma le rassicura anche che i cambiamenti culturali che devono imparare a fronteggiare non violeranno i loro valori di base, non distruggeranno la loro identità, né porranno fine alla loro capacità di controllare le proprie vite. Effettivamente, il merito principale dell'approccio DNU è quello di permettere un simile inquadramento del problema, non come un artificio di pubbliche relazioni o una formula politica, ma come un modello elaborato di leggi, politiche e concetti normativi che dà sostanza a tali assicurazioni.

Una volta assodata questa posizione di base, notiamo che l'adesione al vecchio patriottismo, che richiede un indiscusso abbraccio del passato di una nazione, è inadeguata esattamente come la richiesta dello smantellamento dell'identità nazionale per accogliere la diversità. Quindi, l'attesa che gli immigrati dai Paesi precedentemente colonizzati vedano una grande gloria nel passato imperiale non è compatibile con il modello DNU, più di quanto non lo sia la pretesa che una nazione svenda i suoi valori, simboli e significati condivisi e divenga soltanto un'affiliazione esile e convenzionale. Le discussioni su "ripensare a che cosa significa essere britannico" (o francese, ecc.) sono le benvenute se servono a ridefinire le cose comuni e se mirano a legittimare le differenze, ma non lo sono se divengono parole in codice per abbandonare i significati e i valori sostanziali condivisi. Nemmeno si dovrebbe presupporre che anche in una compiuta federazione europea le identità e le culture nazionali spariscano in un prevedibile futuro, dissolvendo così le istanze particolari più profonde.

Il modello assimilazionistico favorisce l'enfasi sul comune destino e sulle gloriose conquiste della nazione nei libri di testo (particolarmente quelli di storia), sulle feste nazionali e sui rituali. Alcuni esponenti della diversità illimitata chiedono di ridefinire la storia come lunghi periodi di lezioni sul disonore nazionale (per esempio, uno studioso ha suggerito di insegnare la storia americana come se fosse una serie di abusi sulle minoranze, cominciando con gli americani nativi, passando agli schiavi, poi agli americani giapponesi durante la II guerra mondiale e così via). Altri promuovono le feste etniche e religiose separate, come il Natale, Hanukkah e Kwanza, per sostituire piuttosto che per integrare le feste nazionali condivise.

La posizione DNU su questi temi rimane da elaborare. Finché si tratta dell'insegnamento della storia, certamente molti concorderebbero che, nella misura in cui i manuali e altri materiali didattici contengono affermazioni che sono davvero offensive verso le minoranze, queste affermazioni dovrebbero essere tolte o corrette e dovrebbe essere aggiunto il riconoscimento dei contributi delle minoranze alla società. Inoltre, la storia delle parti del mondo diverse dalla propria dovrebbe occupare una parte importante in ogni programma di studi. Ancora, l'insegnamento della storia è una strada primaria per la trasmissione dei significati e valori condivisi e non dovrebbe né essere "particolarizzato" né diventare una fonte di attacco al campo dell'unità.

Per quanto riguarda le festività, una combinazione di feste condivise (come il giorno dell'unificazione in Germania) con diverse altre feste etniche e religiose può essere abbastanza compatibile con un modello DNU. In effetti, l'esistenza di determinate feste etniche (come il Cinco de Mayo) arricchisce piuttosto che sminuire la cultura comune.

Mettiamo a fuoco qui i valori condivisi e divergenti in una società che è una comunità di comunità piuttosto che una miscela amorfa e ultra-omogeneizzata. Questa focalizzazione non significa in alcun modo distrarre l'attenzione dalla necessità di preoccuparsi degli interessi economici e della loro articolazione e delle questioni che riguardano la distribuzione del potere. Tuttavia, dato che questi temi sono stati trattati spesso, la nostra focalizzazione è stata sui valori (e sulle relative istituzioni), una parte centrale di ogni società capace di sostenersi e al tempo stesso di cambiare pacificamente.

La questione più impegnativa di tutte è quella di considerare, al di là dei cambiamenti nelle espressioni simboliche e perfino nelle leggi e nelle politiche, che cosa sarebbe racchiuso in un nucleo modificato ma unitario di valori sostanziali condivisi. L'impegno verso uno statuto dei diritti, il modo di vivere democratico, il rispetto per le leggi di base (o, più ampiamente, una fede costituzionale o una religione civica) e la tolleranza reciproca emergono con facilità (almeno relativa). Così pure i concetti comunitari che i diritti comportano delle responsabilità, che elaborare le differenze deve essere preferito al conflitto e che la società deve essere considerata una comunità di comunità (piuttosto che soltanto uno Stato che contiene milioni di individui). Tuttavia, per quanto importanti siano e per quanto ci sollecitino, queste concezioni relativamente esili dell'unità (e quelle limitate ai punti di concordanza - zone di sovrapposizione del consenso - fra diverse culture) costituiscono un nucleo di valori condivisi insufficiente a sorreggere l'unità fra le diversità.

La sfida per il modello DNU è di chiedersi come il campo dell'unità, per quanto riformulato, possa essere abbastanza consistente senza occupare lo spazio legittimo della diversità. La risposta si può trovare in parte nei valori e nell'etica umanistica laica (compreso il rispetto per la dignità e l'autonomia individuale) e nei valori comunitari più consistenti che spiegano i nostri obblighi l'uno verso l'altro. Può includere un impegno a costruire comunità ancora più ampie (come l'Unione Europea), ad aiutare gli indigenti nei Paesi poveri e a sostenere la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite.

Eppure, sussiste la domanda su che cosa fornirà una fonte di impegni condivisi per definire e promuovere ciò che è giusto rispetto a ciò che è sbagliato e che cosa fornirà una risposta alle domande trascendenti della vita, nella misura in cui interessano la vita pubblica, se essa non vuole basarsi sulle dottrine religiose, né sul puro relativismo o sulle credenze di gruppi particolari.

L'approccio DNU è un lavoro in corso. Non pretende di avere tutte e nemmeno la maggior parte delle risposte necessarie per comporre le fratture che si sono aperte fra molti immigrati e le maggioranze nelle società libere in cui vivono. Noi sosteniamo che offra davvero un orientamento di base che rispetta sia la storia, la cultura e l'identità di una società sia i diritti dei membri della società di differenziarsi su quei temi che non coinvolgono il nucleo dei valori di base e i diritti e doveri universalmente stabiliti.

I sottoscrittori sono unanimi nell'attribuire a questa piattaforma un ampio potenziale e sulla necessità di questo intervento nel dibattito attuale, senza essere necessariamente d'accordo con ogni singola affermazione specifica. Auspichiamo future discussioni sul modo in cui questa piattaforma si applichi ad altri problemi che sorgano e alle varie società differenziate.

Per vedere l'elenco dei sottoscrittori o per aderire alla sottoscrizione, siete invitati a collegarvi al sito: http://www.gwu.edu/~ccps/dwu_endorse.html

LA STORIA DEL NOSTRO PROGETTO

Dopo un incontro preliminare a Washington, D.C. con l'ex Segretario di Stato Madeleine Albright e studiosi nei campi dell'immigrazione e della diversità, Amitai Etzioni predispose una bozza per il manifesto DNU nell'estate del 2001. Egli si avvalse notevolmente delle osservazioni di Leon Fuerth, Veit Bader e Noah Pickus.

Questa bozza fu presentata a un dibattito comunitario di due giorni in una riunione di 40 studiosi e alcuni rappresentanti elettivi di 11 diversi Paesi, organizzato dalla Rete Comunitaria a Bruxelles nel novembre 2001.

A seguito della riunione, il manifesto fu riformulato, utilizzando le osservazioni dell'incontro, i rapporti dei relatori delle cinque sessioni di lavoro e le osservazioni dei membri di una commissione redigente scelti nel corso della riunione e di altri partecipanti. Mackenzie Baris ha organizzato l'intero processo e condotto gran parte della ricerca.

I membri della commissione redigente erano: Veit Bader, Università di Amsterdam, Paesi Bassi; John Crowley, CERI-Sciences Po, Francia; Silvio Ferrari, Università di Milano, Italia; Kristin Henrard, Università di Groninga, Paesi Bassi; David Hollinger, Università della California a Berkeley, Stati Uniti; Leo Monz, Deutscher Gewerkschaftsbund, Germania; Noah Pickus, Istituto per le Questioni Emergenti, Stati Uniti; Peter Skerry, Claremont McKenna College, Stati Uniti; Sophie van Bijsterveld, Università Cattolica del Brabante, Paesi Bassi; e Michael Werz, Università di Hannover, Germania.

The Communitarian Network
2130 H Street, NW, Suite 703
Washington, DC 20052
202.994.6118
icps@gwu.edu